Shenmue I & II – Recensione

Ci sono dei titoli che, per un motivo o per l’altro, entrano nella storia. Vuoi per il successo che hanno riscosso presso l’utenza al momento della loro uscita, vuoi perché in grado di innovare e cambiare profondamente il nostro modo di intendere i videogiochi, alcune opere sono rimaste impresse nella memoria collettiva dei giocatori di tutte le età. Pensate ad un The Legend of Zelda, o ad un Half – Life, o ad un Doom, o ad un Halo, o, perché no, ad un Dark Souls. Tutti abbiamo provato, almeno una volta, uno di questi brand, o ne abbiamo almeno sentito parlare, e mettere in dubbio la loro importanza all’interno del media videoludico è fuori discussione.
A volte, però, capita che produzioni dal valore eccezionale e caratterizzate da una dirompente carica innovativa finiscano nel dimenticatoio o, peggio ancora, si rivelino essere dei veri e propri flop al botteghino. Questo, a conti fatti, è stato il destino di Shenmue, pubblicato nel lontanissimo 1999 su quella che sarebbe stata l’ultima console di Sega: il Dreamcast.
Probabilmente anche voi, come me, non avete mai avuto l’opportunità di provare l’opera magna di Yu Suzuki, visto che nel 1999 ero alto così e mio padre ancora riusciva a prendermi in braccio. O quello, oppure, semplicemente, avete deciso di comprare una PlayStation 2. E, se fosse così, vi direi che avete fatto bene, ma vi direi anche che è stato un gran peccato. Il Dreamcast, a dispetto delle sue qualità, vendette poco, tanto poco che, nel giro di un paio d’anni, la sua produzione ebbe termine e gli sviluppatori smisero di produrre titoli destinati a questa macchina capace di tante meraviglie (nozione in parte falsa, a dire il vero: la scena homebrew è ancora attiva e vanta pubblicazioni recentissime!).
Ma il Dreamcast, nondimeno, era avveniristico, come avveniristici erano i suoi giochi esclusivi (vi basti pensare che Phantasy Star Online fu il primo gioco di ruolo per console casalinghe a permettere il gioco online!). Le perle partorite dalla fabbrica dei sogni di Sega sono innumerevoli, ma è proprio in Shenmue che tutte le qualità dell’hardware sembrano sublimarsi, quasi si trattasse di una specie di manifesto di poetica del game design.
Shenmue, oltre ad essere uno dei progetti più costosi di sempre, ha lasciato, al pari delle serie nominate più sopra, dei segni indelebili nel cuore dei pochi fortunati che hanno avuto il piacere di provarlo. Ci sarà un motivo se tutti ne parlano così bene, no? Eppure, fino ad ora, era rimasto rinchiuso nel limbo del passato, stante la totale assenza di altre versioni all’infuori di quelle originali e del porting su Xbox del secondo capitolo, per non parlare, poi, della delusione degli appassionati, i quali si erano ormai rassegnati all’impossibilità di vederne un seguito che ne continuasse le vicende.
Questo, almeno, fino all’E3 del 2015, durante il quale, a sorpresa, Yu Suzuki fece la sua comparsa sul palco per annunciare che si, Shenmue III è reale e si farà. La campagna di raccolta fondi su Kickstarter è un successone e riaccende lentamente la fiamma sopita nel cuore dei videogiocatori di tutto il mondo, incuriosendo anche i nuovi arrivati, coloro che, prima di allora, nemmeno sapevano chi fosse Ryo Hazuki. Sega deve aver intuito la possibilità di rilanciare il brand in grande stile (alla buon’ora), perché oggi, nel 2018, tutti, proprio tutti, tranne i possessori di Nintendo Switch (ma non è detta l’ultima parola!) possono giocare finalmente ai due capostipiti, i giochi tanto incensati ed osannati di cui quasi nessuno aveva avuto un’esperienza diretta, riuniti per l’occasione in una collection, la quale svolge anche il compito di rimasterizzare e mettere a nuovo, per quanto possibile, i primi due capitoli della serie.
Shenmue I & II è una remaster della quale si sentiva davvero il bisogno, senza dubbio, e rappresenta una delle uscite più importanti dell’anno, almeno a parere di chi scrive. Un dubbio, tuttavia, sorge spontaneo: le generazioni più giovani saranno in grado di apprezzare il gioco nonostante la sua età? O, per dirla più prosaicamente: il mondo è pronto per Shenmue?

SHENMUE 1 & 2 Gameplay Trailer (Remastered, 2018) PS4 / Xbox One / PC

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Una storia di vendetta, di onore, di amore e un bel po’ di altre cose
Shenmue, sintetizzando all’estremo, è la storia di Ryo Hazuki, il giovane figlio di un maestro di arti marziali giapponese il cui padre, proprietario di un dojo, viene brutalmente ucciso da un misterioso combattente cinese proprio all’inizio del gioco. Tramite una cutscene iniziale che mette in mostra inaspettate doti registiche, grazie all’uso sapiente della telecamera virtuale (soprattutto considerata l’epoca di uscita), le basi del racconto sono già dispiegate al giocatore.
Chi è l’uomo che ha ucciso nostro padre? Perché sembrava tanto interessato ad uno strano manufatto che egli ha sottratto al genitore? Per quale motivo si è macchiato di questo omicidio? Ryo, che invano cerca di sventare l’accaduto, non è abbastanza abile da fronteggiare il misterioso avversario e si ritrova malconcio e costretto a letto, con un dolore nel petto che presto lascerà spazio al desiderio di vendetta e molte, molte domande a cui porre risposta. L’incipit di Shenmue è semplice, quasi tenero nella sua linearità, ma ciò non vi tragga in inganno. Per quanto l’andamento della trama sia classico e ricalchi le tematiche tipiche di un film di arti marziali (l’allenamento teso a migliorare i propri principi morali, l’onore, la famiglia, il controllo delle emozioni negative, il coraggio), il modo in cui l’opera di Suzuki riesce a veicolarle ha dell’incredibile ancora oggi.
Shenmue, prima ancora che un gioco d’avventura, è un simulatore di vita. Nel primo capitolo potremo visitare la piccola cittadina giapponese di Yokosuka, vivendone appieno ogni aspetto, interagendo con i diversi abitanti e passando il tempo nella maniera che più ci aggrada. La sensazione di essere immersi nell’ambientazione è trasmessa con una certa tangibilità. Risvegliarsi nello stesso letto, vedere le stesse vie che cambiano di giorno in giorno, chiacchierare con i passanti per carpire informazioni utili alla nostra causa, sono tutte azioni banali che acquistano un nuovo significato man mano che la vicenda inizia a distendersi in tutta la sua ampiezza.
L’approfondimento psicologico dei personaggi non è certo degno di un romanzo, ma, nella sua semplicità, Shenmue esprime un certo calore che difficilmente può essere ricercato nei prodotti più recenti. Pensare ai teneri momenti romantici fra Ryo e la timida Nozomi, o alle bacchettate di Ine-san, o al controverso ma simpatico rapporto con Ren fa scorrere una lacrimetta sul viso. Arrivati alla fine, l’impressione è che non sia stato tanto il susseguirsi degli eventi ad averci coinvolto, quanto l’insieme di quei momenti quotidiani che servono a forgiare il legame del protagonista con i comprimari e permettono a noi di vivere una storia che non è fatta solo di scazzottate, ma anche di momenti vuoti, di pomeriggi passati in sala giochi, di passeggiate sotto la neve natalizia.
Quando, all’inizio del secondo capitolo, ci sposteremo ad Hong Kong, ecco che la quiete monotona del paesino lascerà il passo al tumulto della grande metropoli, con le sue vie ricolme di gente e gli innumerevoli negozi e locali presso cui fermarsi. Tutto sembra essere costruito in maniera tale da rimanere impresso nella mente del giocatore, come se avessimo davvero intrapreso un viaggio simile nella vita reale. Le situazioni di trama si adattano alle azioni che andremo a compiere durante le sessioni di gioco, tanto che non vi è alcuna dissonanza ludonarrativa. Un traguardo che ancora oggi diverse opere faticano a raggiungere. Shenmue, come sicuramente vi avrà detto sicuramente qualcuno, è più un’esperienza che un gioco, e come dargli torto!  La sua candida spontaneità è capace di fare breccia persino nei cuori più freddi, e sono certo che anche voi, come il sottoscritto, riuscirete a chiudere un occhio su qualche piccola ingenuità nella scrittura, a fronte dei tanti ricordi che avrete guadagnato.
Ne approfitto per ricordarvi che, nemmeno questa volta, potremo avvalerci dei sottotitoli in italiano. Poco male, l’inglese utilizzato dagli sceneggiatori è semplice e privo di fronzoli, per cui anche i meno ferrati di voi nella lingua d’albione potranno tentare l’impresa senza troppi pensieri.

Una commistione ancora attuale
Per quanto riguarda l’aspetto più prettamente ludico, è bene chiarire innanzitutto una cosa: Shenmue e Shenmue II non si differenziano moltissimo l’uno dall’altro, essendo l’obiettivo del team quello di creare un’unica grande avventura spezzettata in più prodotti a causa della sua ampiezza. Ecco che il menu e l’interfaccia saranno pressoché identiche, così come i comandi e, in generale, le attività che potremo svolgere nella prima e nella seconda parte. Detto ciò, comunque, è il momento di parlare di quello che rende Shenmue un titolo davvero importante e ancora attuale al giorno d’oggi. Per farlo, più che descrivervi per filo e per segno ogni caratteristica del gameplay, preferirei parlarvi di quello che è stato il mio impatto con il gioco, subito dopo averlo avviato la prima volta e aver assistito al filmato iniziale.
Mi sono ritrovato nei panni di Ryo, svegliatosi nella propria camera dopo aver subito una pesante batosta da parte dell’antagonista principale, cercando di capire cosa fosse successo nel frattempo. Di primo acchito, ciò che colpisce maggiormente è una certa legnosità dei controlli, simili, per certi versi, ai cosiddetti “tank control” dei primi Resident Evil. Tramite uno dei dorsali, però, è possibile passare ad una visuale in prima persona che ci permetterà di analizzare con precisione ogni dettaglio dell’ambientazione. E, credetemi, ci sono davvero un sacco di dettagli in Shenmue.
La stanza di Ryo è angusta, c’è spazio per il letto, un armadio e poco altro, eppure è possibile interagire con ognuno di questi oggetti, aprendo le ante dei mobili, ad esempio, o addirittura spostando i quadri appesi alla parete! Già così si capisce che l’interazione con il mondo di gioco è uno dei punti fondamentali dell’intera produzione. Aprendo la porta mi ritrovo in quella che è, probabilmente, una casa giapponese molto classica, fatta di pavimenti in legno e porte scorrevoli. Tutto, nel dojo della famiglia Hazuki, è interagibile, non sto esagerando. Perlopiù rovistare a destra e a manca fra i cassetti sarà inutile (anche se, in alcuni casi, sarà fondamentale per procedere nell’indagine), ma il fascino di Shenmue, a conti fatti, deriva proprio dall’inutilità della maggior parte delle sue componenti. La funzione di tutte queste interazioni, difatti, è quella di garantire un’immersione totale all’interno della trama e del mondo di gioco, ma a tal proposito è meglio andare avanti con il resoconto della mia prima giornata di gioco.
Dopo aver chiacchierato con Ine-san, la premurosa domestica di casa, ho deciso di lasciare una preghiera a mio padre presso l’altare e, dopo aver visitato per bene ogni stanza e assistito a qualche scena opzionale, uscire finalmente all’esterno. Non pensiate che l’ambiente aperto di Yokosuka sia stato rifinito con meno cura rispetto agli interni degli edifici. Visitato il giardino di casa e data un’occhiata al dojo, mi imbatto in Fuku-san, un giovane apprendista del padre di Ryo che ci chiede di insegnargli qualche mossa di combattimento. Shenmue, come avrete ben capito, gioca con gli stereotipi del videogioco: di solito è il tutorial ad insegnarci come combattere, ma questa volta gli insegnanti siamo proprio noi. Seguendo le indicazioni vocali di Ryo, comunque, riesco ad uscirne senza fare una magra figura. Fuku-san mi ringrazia, e mi dirigo verso il centro abitato.
Subito dopo essere uscito dal recinto di casa, ho modo di imbattermi nel primissimo quick time event, che mi richiede di acciuffare al volo un pallone lanciato da un marmocchio per strada per evitare che un’altra bambina venga colpita a sua volta. Shenmue è, mi duole dirlo, il principale responsabile della diffusione di questa meccanica di gioco tanto odiata dai videogiocatori al giorno d’oggi, ma, anche qui, Yu Suzuki ha fatto ricorso ad essa proprio per evitare che il coinvolgimento diretto del giocatore non venisse mai meno.
Chiacchiero con la bambina e, assieme, notiamo un gattino che ha qualche problema a camminare. Decidiamo, quindi, di prendercene cura, ripromettendomi di tornare più tardi per portargli del cibo in scatola dopo essere passato da un discount. Curiosando qui e lì, noto che è possibile bussare ad ognuna delle porte di ogni edificio che si affaccia sulla strada. Spesso non ci risponderà nessuno, o, ancora più spesso, riceveremo un secco rifiuto da parte degli inquilini. Inutilità, inutilità e ancora inutilità, ma una bella inutilità. Comincio, pian piano, a capire dove si nascondano il genio e la meraviglia in questo titolo.
Nel frattempo, dopo aver camminato molto e interagito con diversi personaggi, e aver finalmente ottenuto i primi indizi che mi porteranno (forse) ad acciuffare il farabutto che ha ucciso mio padr… Cioè, il padre di Ryo, mi accorgo che cala la sera, e che le persone iniziano a fare ritorno alle loro abitazioni, dopo una stancante giornata di lavoro. Anche per il giovane erede della famiglia Hazuki vale lo stesso principio, così mi dirigo verso il dojo, dove Ine-san mi elargisce anche un sonoro rimprovero per l’ora tarda. Non è cattiva, è solo preoccupata per me.
Ecco, spero di non essermi lasciato trasportare troppo dalla mia vena poetica ormai sopita, ma è questo che si fa in Shenmue: vivere. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, Yokosuka diventa una seconda casa, e impareremo a muoverci con dimestichezza all’interno delle quattro aree esplorabili. Gli sviluppatori hanno deciso di proporre un diverso tipo di gameplay per ogni situazione di gioco, il che significa, ad esempio, che in occasione di un combattimento la funzione dei tasti cambierà e potremo menare calci e pugni con grande dimestichezza, in maniera simile a quanto avviene in Virtua Fighter, cui il signor Suzuki dev’essersi ispirato. Proprio il sistema di combattimento, anzi, risulta essere inaspettatamente profondo e variegato, con tanto di moveset ampliabile grazie all’acquisto o all’apprendimento presso determinati insegnanti di nuove mosse, le quali potranno a loro volta essere migliorate tramite l’allenamento. Un paio di scontri sarà anche in grado di mettervi in difficoltà: colpire a casaccio non sarà quasi mai la soluzione ai vostri problemi.
Una delle caratteristiche più interessanti del titolo è anche uno dei suoi talloni d’Achille. Lo scorrere del tempo, infatti, se da una parte riesce a rendere credibile e vivo l’ambiente, non è regolabile a nostro piacimento (almeno nel primo capitolo), e questo ci costringerà a diversi tempi morti in cui potremo dedicarci a qualche attività secondaria, in attesa che giunga l’orario giusto per svolgere una determinata mansione. Il problema è che, tolta la sala giochi e la raccolta di svariati gadget ispirati ad altri videogiochi di Sega, ci sarà davvero poco da fare. Shenmue obbliga il giocatore a lunghe attese che potrebbero scoraggiare il giocatore meno paziente. Nel secondo episodio, fortunatamente, avremo invece modo di far passare il tempo fino all’orario desiderato, una scelta quanto mai azzeccata e ben accetta.
Oltre a ciò, bisogna notare come Yu Suzuki abbia deciso, nel sequel, di ampliare a dismisura la zona esplorabile a disposizione del giocatore. Come già accennato nel paragrafo precedente, Hong Kong è una città decisamente più vasta di Yokosuke, ma, di conseguenza, meno ricca di dettagli. L’interazione ambientale sarà decisamente più limitata e la maggior parte dei personaggi non giocanti rivestirà un ruolo prettamente scenico, limitando la propria utilità alle semplici indicazioni stradali che potremo chiedere loro.
Non che Shenmue II sia un brutto gioco, anzi, ma, rispetto al primo capitolo, sembra essere un gioco molto più standardizzato e meno intransigente, più vicino al gusto moderno e per questo meno affascinante. La sua durata più elevata, oltretutto, rischia di renderlo poco digeribile, vista anche una certa monotonia degli obiettivi da svolgere (parliamo sempre, in fin dei conti, di un prodotto principalmente esplorativo).
In definitiva, in Shenmue è possibile riconoscere i semi che poi sarebbero germogliati col tempo all’interno di molte produzioni moderne, come ad esempio Grand Theft Auto o qualunque altro gioco esplorativo che presenti una mappa liberamente esplorabile. Se, da una parte, è impossibile negare che i suoi successori abbiano spesso migliorato le idee di Yu Suzuki, dall’altra, però, bisogna riconoscere al titolo Sega uno stile tutto suo di proporre queste intuizioni al giocatore, lontano com’è da qualsivoglia automatismo e semplificazione. Basti pensare, ad esempio, al fatto che per utilizzare un telefono dovrete ogni volta selezionare i numeri giusti dal disco, oppure spostare manualmente la mano di Ryo sui pulsanti di un distributore per acquistare una bibita. Una sezione in particolare, poi, quella che ci vedrà intenti a lavorare al porto alla guida degli storici muletti, rappresenta alla perfezione la sensazione di “fisicità” che si pone alla base di questo progetto, la sua necessità di garantire un’interazione costante con l’ambiente circostante, un elemento spesso assente in molti titoli tripla A contemporanei.
In generale, l’accoppiata di Shenmue e Shenmue II risulta molto solida e compatta nelle meccaniche di gioco, anche se un po’ spossante a lungo andare. I problemi di questa remaster, tuttavia, sorgono tutti sul fronte tecnico, come andremo a vedere fra pochissimo.

Years ago, I was Chinese…
Nel mese seguente all’uscita della remaster, molti giocatori hanno lamentato una serie consistente di problemi più o meno gravi durante l’esperienza di gioco. Alcune critiche lasciano il tempo che trovano. I tanto chiacchierati filmati in 4:3, ad esempio, non bastano a sminuire il lavoro più che apprezzabile svolto dai ragazzi di d3t, il quale va a migliorare la risoluzione (ora portata a 1080p), riduce drasticamente i tempi di caricamento fra un’area e l’altra e aggiusta l’effetto di shimmering presente nel gioco originale.
Certo, qualche texture appare forse un po’ sgranata, quasi fosse stata spalmata addosso al modello poligonale di turno, e le animazioni non sono certo agli stessi livelli di un Assassin’s Creed, ma, vorrei ricordarlo, Shenmue è un gioco con quasi vent’anni sulle spalle, e pretendere di più da una semplice remaster sarebbe stato difficile (e comunque molte texture sono effettivamente state rese più nitide e pulite).
Ciò che invece proprio non scende giù sono i numerosi bug e glitch che affliggono questa nuova versione del titolo. Mi è capitato, ad esempio, di rimanere perennemente bloccato nella visuale in prima persona, di assistere ad inquadrature fuori campo della telecamera e, nel peggiore dei casi, bug mi ha impedito di importare il salvataggio del primo capitolo nel secondo. Non è possibile ritenere Shenmue HD un prodotto ingiocabile, ma tutti questi piccoli difetti, sommati l’uno all’altro, non rendono giustizia alla caratura dell’opera originale.
Fortunatamente la direzione artistica salva in parte una situazione non esattamente rosea. Yokosuke, Hong Kong e le altre ambientazioni sono ricche di dettagli, colori e personaggi, e ricreano alla perfezione l’atmosfera di un’epoca, quella degli anni ’80, che sembra ormai un ricordo sfumato del passato. Le vie delle città, talora offuscate dal grigiore e dalla sporcizia, altre volte pregne di luce e di vita, avvolgono il giocatore in un’altra dimensione, che trascende le limitazioni tecniche del software.
Anche l’accompagnamento musicale è decisamente riuscito e non accusa affatto lo scorrere del tempo, anzi. Il tema principale è ormai entrato di diritto nella storia dei videogiochi, ma anche le altre tracce, tutte orecchiabili e piacevoli, sapranno dire la loro, sottolineando con gusto e accortezza ogni momento della storia e spaziando fra generi ampiamente differenti fra loro.

Studiare il passato per comprendere il futuro
Che altro dire di questo Shenmue che non sia già stato detto meglio e altrove? L’opera di Yu Suzuki è invecchiata incredibilmente bene e propone al giocatore delle intuizioni che, ancora oggi, sono in grado di lasciare sbigottito il giocatore abituato alla semplicità dei titoli moderni. Certo, è vero che serie come quella di Yakuza hanno migliorato e ampliato l’opera del primogenito, così come è vero che non tutti gli elementi di gameplay siano invecchiati allo stesso modo, ma Shenmue rimane uno spartiacque che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita, almeno per comprendere lo sviluppo del media di riferimento.
Proprio per questo dispiace che il lavoro di rimasterizzazione svolto dai ragazzi di d3t sia afflitto da svariati bug e glitch che, in parte, minano l’esperienza del giocatore. Tuttavia, non è assolutamente il caso di fare gli schizzinosi. Shenmue HD è un prodotto di cui si sentiva davvero l’esigenza, un caso più unico che raro in un panorama saturo di remaster di titoli mediocri o persino recentissimi.
Il prezzo di 35 € è sicuramente più che adeguato alla proposta, anche in virtù di una longevità tutt’altro che scarsa.
Sia che vi approcciate all’avventura di Ryo Hazuki per la prima volta, sia che abbiate intenzione di fare una ripassata in attesa del venturo terzo capitolo, quindi, l’acquisto dei primi due episodi rimane fortemente consigliata.

Prezzo di lancio: 34, 99 €
Prezzo da noi consigliato: 34, 99 €

Shenmue HD I & II

Shenmue HD I & II
8

Pro

  • Il ritorno di Shenmue su tutte le piattaforme!
  • I due titoli sono invecchiati meglio del previsto
  • Storia appassionante
  • Prezzo adeguato alla proposta

Contro

  • Svariati bug e glitch
  • Alcune meccaniche di gioco sentono il peso degli anni
  • Rischia di diventare monotono a lungo andare
  • Nessuna traduzione in italiano
About Michele Anastasia 38 Articles
Appassionato di musica, letteratura e videogiochi, nel tempo libero studia e vive una vita vera. I più arguti avranno anche capito che scrive per Console Paradise, anche se si domanda cosa mai gli amministratori di questo sito abbiano visto di così speciale in lui da assumerlo. Per Crom, la gente è strana, a volte.