Kingdom Come: Deliverance – Recensione

La storia dei videogiochi ci ha insegnato che non sempre sono le grandi ambizioni a creare grandi titoli. Lo abbiamo visto pochi anni fa, con No Man’s Sky, il simulatore spaziale di Hello Games che si è rivelato essere meno della metà di quanto promesso in sede di presentazione, ma è ovviamente una situazione che si è ripetuta più e più volte, nel corso degli anni. Che si parli di opere brutte, o semplicemente di giochi che hanno deluso le aspettative esagerate pur essendo più che godibili (penso, ad esempio, ad un certo Fable), nel corso dei vari decenni sono stati diversi i casi di “promesse elettorali” non mantenute.
Anche Kingdom Come: Deliverance, opera prima dei Warhorse Studios, è un titolo ambizioso, questo senza dubbio. La volontà del suo autore, Daniel Vávra (già noto per i primi due capitoli della serie Mafia), era quella di consegnare al pubblico una vera e propria simulazione medievale, in cui i giocatori avrebbero dovuto avere completa libertà sulle scelte da intraprendere nel corso della storia e sul modo di giocare del proprio personaggio, il tutto condito da una propensione al realismo che è difficilmente riscontrabile in altre produzioni simili. Dopo una fruttuosa campagna Kickstarter, ecco che il titolo è disponibile già da un mesetto su PC, PlayStation 4 e Xbox One (la versione analizzata in questa recensione). Il risultato, ve lo anticipo già, non è esattamente quello che ci si attendeva, ma, come scopriremo fra poco, sebbene i difetti siano numerosi e spesso pregiudichino la fruizione dell’opera, non è proprio tutto da buttare, anzi. L’avventura di Henry sarà forse ricordata molto a lungo come uno spartiacque nel complesso sviluppo espressivo e culturale dell’intrattenimento videoludico.

Kingdom Come: Deliverance – Launch Trailer

Join Henry on his adventure in the most anticipated RPG of this year! Kingdom Come: Deliverance will be available worldwide on February 13th 2018! Get your copy today: http://kcd.kochmedia.com

Mi chiamo Henry, ho circa vent’anni e non so leggere
Come già specificato nell’introduzione, Kingdom Come: Deliverance non è ambientato in un mondo fantastico dalle vaghe accezioni medievali, ma proprio durante “il” medioevo, quello vero, che abbiamo studiato a scuola e all’università (per quei pochi sfortunati che hanno scelto un corso umanistico). Più precisamente, nel 1402 dopo Cristo. Ancor più precisamente, in Boemia, la quale, come recita Wikipedia, è una regione storica dell’Europa centrale, che occupa la parte centrale e occidentale della Repubblica Ceca. Voi sapevate dov’è la Boemia? Io l’avevo sentita solo nominare da Freddie Mercury, ma adesso lo so. Se nemmeno voi lo sapevate non preoccupatevi, perché, grazie a Kingdom Come, imparerete davvero un sacco di roba sulla Boemia del 1402. Ad esempio che, in quell’anno, ebbe inizio una guerra di successione combattuta da Venceslao IV, erede legittimo dell’imperatore Carlo IV, benché poco amato dal popolo e dalla nobiltà, e Sigismondo, suo fratello, deciso ad usurpare il trono grazie ad un’armata di mercenari cumani ungheresi (i cumani, secondo Wikipedia, furono un ramo occidentale dei turchi Kipchaki che, attraversate le pianure dell’Asia centrale, si stanziarono dapprima attorno al Mar Caspio, da dove poi raggiunsero, attorno al X secolo, attraverso le pianure russe ed ucraine meridionali, le pianure del basso Danubio, devastando poi l’Ungheria).
Proprio nel bel mezzo di questa guerra ha inizio la nostra storia. O meglio, ha inizio la storia di Henry, il figlio del fabbro di Skalica, un piccolo villaggio situato nella zona geografica in cui si svolge la trama del gioco (il territorio esplorabile, infatti, non sarà quello dell’intera Boemia, ma soltanto una piccola parte di essa, una scelta interessante che potrebbe aprire un po’ di dibattiti sulla coerenza estetica e biologica di certi titoli open world). Henry, sebbene sia un personaggio di fantasia, è la rappresentazione perfetta di come doveva essere un giovane ventenne di seicento anni fa, vale a dire: non troppo diverso da quelli di oggi. Le prime missioni dell’opera, infatti, svolgeranno la funzione di tutorial, chiedendoci di compiere alcune commissioni per conto del padre del giovanotto, come comprare del carbone e della birra, riscuotere un pagamento per conto di un cliente, esercitarci nel combattimento all’arma bianca assieme ad un misterioso figuro giunto nel villaggio e così via.
Gli istanti iniziali di Kingdom Come: Deliverance sono, come si dice… Ah, certo: sono decisamente immersivi. Come scopriremo ben presto, la magia della narrativa, in queste ore iniziali, è quella di metterci nei panni di un popolano, con tutte le limitazioni che questo comporta. Henry, per dirne una, non sa leggere, ma non sa nemmeno combattere decentemente, né è in grado di destreggiarsi con la nobiltà, date le sue origini. L’assalto di Skalica da parte degli uomini di Sigismondo e la conseguente morte dei genitori del protagonista dà il via alle vicende, prefigurandosi in un certo senso come una parodia (molto seria) del classico canovaccio high fantasy, in cui lo sbarbatello di turno abbandona il proprio insignificante luogo di nascita per diventare l’eroe destinato a salvare il mondo. Solo che, appunto, questa è una storia se non vera, perlomeno verosimile, incastonata in un contesto storico che, per ovvie ragioni, non potremo mutare se non nei piccoli dettagli. Non aspettatevi di ricevere benevolenza dalla nobiltà, né di avere a che fare con personaggi dagli ideali inflessibili. Il più grande pregio della sceneggiatura di Kingdom Come: Deliverance è quello di mettere il giocatore di fronte a situazioni realistiche e spesso molto crude, con l’irrompente tragedia della realtà ad incombere sulle nostre teste come fosse una punizione divina. La religione, i conflitti sociali, il contrasto fra la ricchezza di pochi e la povertà di molti, la sciagura della guerra e persino le relazioni amorose e sessuali sono solo alcune delle tematiche trattate dall’opera di Warhorse Studio, sempre con una rigorosa (a detta loro: non sono uno storico e non posso giudicare, ma nel gioco è presente un codex abbastanza dettagliato con tutte le informazioni sul periodo storico trattato, talmente curato da poter essere considerato un piccolo manuale di storia medievale) coerenza storica ed un’attenzione quasi maniacale al realismo delle situazioni.
Vivere alcuni momenti dal punto di vista di Henry, il quale, proprio come noi, acquisirà man mano nuove esperienze, adattandosi al mondo circostante, senza che sia quest’ultimo a piegarsi al suo volere, come accade fin troppo spesso in altre produzioni più blasonate, sarà molto stimolante.
Anche solo per questo, bisognerebbe fare un applauso al coraggio degli sviluppatori, che di certo hanno dedicato molta passione nella realizzazione di questo romanzo storico a tre dimensioni, grazie anche all’ottima fattura dei filmati d’intermezzo, coadiuvati da una regia decisamente cinematografica e da ottime animazioni.
Arrivati ad un certo punto, però, le vicende personali e squisitamente quotidiane del protagonista lasciano spazio all’incedere della guerra, con una serie di missioni piatte dal punto di vista narrativo (è un altro discorso per quanto riguarda il loro svolgimento), consistenti nell’andare da un punto A ad un punto B interagendo con personaggi assolutamente marginali. Parteciperemo a qualche battaglia, avremo modo di svolgere qualche missione secondaria e poi… La fine. La mia fine, almeno, dovuta ad un odiosissimo bug che mi ha impedito di terminare l’avventura, dopo circa venticinque ore di gioco. Non posso quindi esprimermi completamente sulla trama e sulla narrativa di questo titolo, che sembra pure essere tanto promettente. Magari lo porterò a termine in futuro, sperando in qualche patch correttiva, ma preferisco lasciare le cose così come stanno almeno per questa recensione, visto che la questione dei malfunzionamenti tecnici è sicuramente un grave problema del gioco, come sicuramente saprete ormai pressoché tutti.

Mi chiamo Henry, ho circa vent’anni e ho alcuni problemi di dissonanza ludonarrativa
Ora che abbiamo chiarito quanto la narrativa di questo gioco sia perlomeno promettente e curata, è arrivato il momento di vedere come e quanto questa si integri con le meccaniche di gameplay. Vorrei iniziare chiarendo il fatto che la trama ed il gameplay, in Kingdom Come: Deliverance, sono quasi due compartimenti stagni, come due anime assai diverse che cerchino invano di dialogare tra loro senza riuscire a trovare un punto d’incontro.
Se i filmati d’intermezzo e i dialoghi saranno tutti in terza persona, infatti, tutti gli altri momenti del gioco saranno vissuti dal punto di vista di Henry, mostrandoci il mondo con gli occhi del protagonista. Da una parte, quindi, avremo delle sezioni giocate particolarmente immersive, in cui ogni azione porterà ad uno spostamento del corpo e della telecamera (persino l’alchimia avviene in tempo reale e con diverse animazioni dedicate!), e dall’altra avremo dei dialoghi statici, simili a quelli di titoli più lineari come Baldur’s Gate,  con una visuale estranea al corpo del personaggio ed una regia dinamica che spesso inquadrerà i punti sbagliati dell’ambientazione, come un muro o un pavimento. Questo continuo sdoppiamento di personalità potrebbe sembrare una questione da nulla, ma è soltanto la superficie di un prodotto che sembra spesso indeciso sulla strada da intraprendere, perennemente in bilico fra immersione e racconto cinematografico, fra The Elder Scrolls e The Witcher, con tutti i pro e i contro del caso. La sensazione, a conti fatti, è che si sarebbe potuto lavorare un po’ di più per far compenetrare meglio queste due visioni tanto differenti del gioco di ruolo occidentale, che si ritrovano a cozzare violentemente fra loro in qualche occasione, come avremo modo di vedere in seguito, oppure eliminare definitivamente una delle due componenti a favore dell’altra, in modo da donare più compattezza al tutto.
Per chi ancora non lo sapesse, Kingdom Come: Deliverance è, a conti fatti, un videogioco di ruolo d’azione dotato di un mondo aperto sistemico (vale a dire che tutti gli elementi dell’ambientazione reagiranno ai nostri stimoli seguendo delle regole in teoria molto precise), in cui i combattimenti saranno in tempo reale e si baseranno sulla pressione di un tasto e sul riconoscimento da parte del software dell’input relativo a quel tasto. Ogni movimento di un certo peso, ovviamente, intaccherà la nostra barra della stamina, obbligandoci a ponderare per bene ogni mossa. Il sistema, di certo una delle caratteristiche peculiari dell’opera, permette di direzionare, tramite la levetta analogica destra, i colpi della nostra spada, permettendoci di menare fendenti in cinque direzioni diverse e di tentare un affondo centrale, tenendo bene a mente che anche gli avversari potranno fare altrettanto per intercettare i nostri colpi ed eludere la nostra difesa. “Come si potrebbe gestire un meccanismo tanto complesso in presenza di più avversari?”, ci domandavamo io e gli altri giocatori guardando i filmati di presentazione rilasciati nel corso degli anni. Ma è ovvio: con un sistema di puntamento automatico del bersaglio!
Non posso certo dire che l’idea di Warhorse Studios sia cattiva (era forse l’unica), ma sulla sua realizzazione ho qualcosa da recriminare. Il gioco, quando si tratta di affrontare un manipolo di avversari, sembra indeciso sull’obiettivo verso cui indirizzare i nostri colpi, schizzando continuamente da uno all’altro e rendendoci spesso la vita più difficile del previsto, nonostante la possibilità di controllare questo problema con la pressione della levetta analogica, obbligandoci spesso a ricorrere ad un arco per eliminare a distanza quante più minacce possibili (impresa più facile a dirsi che a farsi, visto che, almeno inizialmente, non potremo usufruire di alcun mirino, fino allo sbloccamento della relativa abilità). Tutto ciò è veramente un peccato, perché, quando ci troveremo a duellare contro un singolo guerriero, Kingdom Come: Deliverance è in grado di farci respirare l’eccitazione di un confronto all’arma bianca. Ogni singolo colpo andato a segno sarà un tripudio di gioia e determinazione, ogni parata un sospiro di sollievo, ogni ferita subita sembrerà scalfire la nostra stessa pelle, portando il coinvolgimento alle stelle e facendoci assaporare l’estasi di ogni vittoria. Spesso, durante una schermaglia, avremo la possibilità di risparmiare un avversario, decidendo di lasciarlo andare indenne o di giustiziarlo, ammesso che esso abbia deciso di arrendersi. Questo è solo uno dei tanti, piccoli dettagli di cui il prodotto abbonda in ogni suo aspetto e che contribuiscono ad elevare a dismisura le possibilità di interpretazione del giocatore, raggiungendo talora vette davvero rare, di questi tempi, il che fa ancora più rabbia se si pensa a quanto detto qui sopra riguardo il malfunzionamento del sistema di combattimento. La difficoltà è sin da subito molto elevata, per amore del realismo e dell’immedesimazione (ricordiamo per l’ennesima volta, infatti, che Henry, almeno inizialmente, sarà tutt’altro che esperto in pressoché qualunque cosa decidiate di fare, e starà a noi decidere in che maniera svilupparlo), ma raramente sarete colti dalla frustrazione, dato che la struttura aperta della mappa ci permetterà di dedicarci a diversi compiti secondari e, soprattutto, avremo la possibilità di evitare la maggior parte degli scontri semplicemente parlando.
Henry, infatti, non dovrà soltanto combattere, fortunatamente. Il dialogo sarà, anzi, una costante fondamentale delle sue peregrinazioni, tanto che i nostri risultati nell’arte oratoria saranno determinati da svariati fattori, non tutti legati strettamente al personaggio. Oltre alle abilità sbloccabili grazie alla progressione del personaggio, infatti, sarà bene tener conto del valore di carisma, il quale sarà influenzato sia dagli abiti che indosseremo (i quali potranno macchiarsi e/o degradarsi con l’utilizzo), sia dalla reputazione che avremo guadagnato in una determinata zona (aumentabile completando qualche missione oppure, più semplicemente, parlando con i personaggi non giocanti). Anche l’igiene personale sarà importante per ottenere delle buone prestazioni e volgere la situazione a nostro favore (a tal proposito sarà necessario visitare, di tanto in tanto, i bagni pubblici, in modo da rinfrescarci un pochino e scacciare via la puzza di sudore… Bleah!). I dialoghi, come già detto, sono gestiti da inquadrature dinamiche in terza persona, dalla regia tutt’altro che perfetta. Sarà possibile parlare con pressoché qualunque personaggio non giocante, anche se i cittadini più comuni tenderanno a ripetere sempre le stesse linee di dialogo. Le opzioni saranno di diverso tipo: sarà possibile chiedere informazioni su un determinato argomento oppure utilizzare le nostre abilità di Dialogo, Carisma e Combattimento per modificare la volontà dell’interlocutore. Nel primo caso la trama non sarà quasi mai modificata e Henry si limiterà ad avere un quadro più chiaro della situazione, senza alcuna conseguenza; nel secondo caso, invece, sarà bene fare attenzione, visto che spesso sarà impossibile tornare indietro e dovremo farci carico dei nostri errori. Maggiori saranno i nostri valori numerici, maggiori possibilità avremo di avere la meglio sui vari personaggi, anche se, almeno inizialmente, non sarà possibile sapere quanto e come il nostro oppositore sia sviluppato in una delle tre statistiche. Inizialmente, quindi, sarà necessario procedere un po’ a casaccio, a meno che non si decida di sbloccare l’abilità apposita, ottenibile dopo qualche ora di gioco.
Il sistema di dialogo di Kingdom Come: Deliverance è davvero ben studiato, ed è lodevole la complessità con cui ogni singolo aspetto del protagonista vada ad influire sulla loro riuscita. Sarà possibile scegliere se favorire il dialogo con la nobiltà o con il popolo, tentare un approccio più aggressivo, uno più diplomatico, o usare il nostro charme, ed ogni nostra scelta spesso influirà davvero sul prosieguo di una missione, ma non dovremo mai dimenticare di curare il nostro aspetto indossando abiti adatti alla situazione (ci sono circa dodici slot distribuiti per tutto il corpo del protagonista!). Non siamo certo ai livelli di Fable 2, che faceva di questa caratteristica il proprio cavallo di battaglia, ma è indubbio che, al giorno d’oggi, siano davvero pochi i titoli capaci di offrire così tanta profondità ruolistica.
Tutto ciò è dovuto anche alla massiccia componente presa di peso dai giochi di sopravvivenza. Oltre a scegliere come sviluppare le abilità di Henry, infatti, dovremo anche prestare occhio alle sue esigenze fisiologiche, assicurandoci di riempire il suo stomaco di tanto in tanto e di farlo dormire. Se sarà affamato, o se avrà mangiato troppo, o se sarò troppo stanco, saremo afflitti da fastidiosi malus che limiteranno la nostra libertà di movimento e abbasseranno le nostre possibilità di portare a termine con successo un’azione di persuasione o intimidazione.
Anche il sistema di sviluppo del personaggio, come avrete intuito, risulta complesso e stratificato, andando ad abbracciare pressoché qualunque azione che saremo in grado di compiere (c’è persino un ramo di abilità adibito all’alcool e alla nostra resistenza ad esso!). Essenzialmente, esso prevede un livello generale per il personaggio, cui si affiancano tutte le altre abilità secondarie, che vanno dal combattimento (con altri rami secondari dediti ognuno ad un tipo diverso di arma), all’alchimia, all’oratoria e così via. Per potenziare ciascuna di queste caratteristiche basterà, semplicemente, giocare. Più combatteremo, più saremo abili nel combattere, più cavalcheremo, più saremo abili cavalieri, e così via. Ad ogni avanzamento di livello, infine, potremo spendere un punto per sbloccare l’abilità che più ci interessa. Il sistema funziona bene, è profondo, ragionato e complesso, e sembra che quasi nulla sia stato dimenticato dagli sviluppatori, rendendo la crescita di Henry come persona decisamente appagante.
Chi si preoccupa dell’eccessiva lentezza di gioco che questo potrebbe comportare ha pienamente ragione, ma è anche vero che è proprio questo l’obiettivo che Warhorse Studios voleva raggiungere, ovvero quello di proporre un’opera che non fosse sempre e solo divertente, ma che sapesse rendere con straordinaria veridicità anche gli aspetti più noiosi della vita medievale, senza preoccuparsi di scontentare il grande pubblico. Capirete che le scelte coraggiose come queste vadano sempre premiate, a prescindere dall’esito, perché fanno sempre e soltanto bene all’industria dei videogiochi.
Kingdom Come: Deliverance non è un lavoro per tutti, quindi. Questo è chiaro. Serve tanta pazienza per fare anche un piccolo passo in avanti, come comprare un nuovo pezzo d’equipaggiamento o riuscire a superare senza intoppi alcuni momenti particolarmente ostici, il che non è assolutamente un male. Tuttavia, è bene precisare che, vuoi per i limiti tecnici che un gioco a mondo aperto si porta sempre appresso, vuoi per alcune inspiegabili ingenuità di programmazione e game design, non sempre tutto va come dovrebbe andare.
Il più grande difetto del titolo (eccezion fatta per un comparto tecnico disastroso cui dedicherò un paragrafo apposito), è quello di non riuscire sempre a gestire l’estrema libertà che mette a disposizione del giocatore. Come avveniva in The Elder Scrolls IV: Oblivion, o in Gothic, infatti, ogni personaggio della Boemia medievale avrà una proprio routine comportamentale che sarà scandita dalle varie ore della giornata. Al mattino si sveglieranno e andranno a lavorare, mentre, al calar della notte, ritorneranno nella propria abitazione e andranno a dormire. Questo varrà, ovviamente, anche per i nemici (e anche per noi!).
Qualora decidessimo di scassinare una serratura o di attaccare un accampamento di banditi per guadagnare una ricompensa in oro, quindi, sarà bene tener conto delle implicazioni che tutto questo comporta. Il problema è che l’intelligenza artificiale che regola il mondo di gioco non sempre reagisce con solerzia agli stimoli del giocatore, e questo si nota soprattutto in alcune missioni molto affascinanti sulla carta, ma che, a causa dell’incapacità del sistema di tenerci testa, si risolveranno spesso in situazioni surreali, buffe, o addirittura ingestibili, con personaggi non giocanti letteralmente impazziti e schizofrenici, quando non addirittura assolutamente ciechi alle nostre azioni. Tutto ciò, è bene chiarirlo, è quasi normale in titoli di questo tipo, come ben saprà chiunque abbia provato anche un solo prodotto Bethesda, ma è un peccato che un quest design tanto libero sia stato rovinato da questi problemi (segno, forse, che non siamo ancora pronti a giocare delle simulazioni così realistiche).
D’altro canto, è impossibile non notare come il gioco, in alcuni momenti, sia anche fin troppo lineare e vittima dei soliti indicatori posizionali, con uno sviluppo degli obiettivi a volte un po’ troppo pigro e privo di guizzi. Gli sviluppatori avevano decantato, in fase di presentazione, la possibilità di terminare l’avventura senza uccidere nessuno, ma la presenza di un combattimento obbligatorio rappresenta un controsenso all’intera filosofia dell’opera. Generalmente, però, sarà davvero possibile comportarci come più ci aggrada, e sarà bello vedere come, effettivamente, avremo sempre almeno tre modi per portare a termine un compito, anche se la trama non subirà quasi mai grossi stravolgimenti.
Alcuni aspetti della produzione, però, a causa della loro pessima realizzazione, spingeranno il giocatore ad evitarli quasi completamente. Credo che il sistema di scassinamento delle serrature non sia piaciuto davvero a nessuno, ad esempio. L’estrema sensibilità delle leve analogiche, adibite alla rotazione del grimaldello e delle serrature, renderà estremamente frustrante anche sabotare gli scrigni e le porte che, in teoria, dovrebbero essere meno complesse (tuttavia è già arrivata una patch che tenta di risolvere questo problema). Anche il sistema di borseggio è tutt’altro che funzionale, a detta di molti, anche se, ad onor di cronaca, devo ammettere di non averlo mai utilizzato durante la mia partita in quanto non avevo alcun interesse nel farlo (ennesimo segno che la libertà è davvero elevata!).
In generale, i movimenti di Henry saranno lenti e macchinosi, e non capiterà di rado di incagliarsi in oggetti anche molto piccoli, o di rompersi una gamba a causa di un salto calcolato male. Cavalcare, poi, sarà anche più complesso, e presto vi passerà la voglia di utilizzare il vostro cavallo al di fuori delle strade di sterrato.
Quello che, però, è particolarmente fastidioso, è la spropositata lunghezza dei tempi d’attesa cui il giocatore spesso sarà sottoposto. C’è un caricamento prima dei dialoghi, un caricamento molto breve per visualizzare la mappa di gioco, persino un caricamento lungo un minuto all’avvio del gioco stesso! Qualora decidessimo di aspettare (o dormire) in un luogo, poi, dovremo scontrarci con altri tempi morti, in cui le lancette dell’orologio si sposteranno fino a raggiungere l’orario indicato, la qual cosa avviene anche in caso di prigionia. Aspettare venti giorni in carcere porterà via al giocatore qualcosa come dieci minuti, durante i quali non potremo fare assolutamente nulla. Molto peculiare anche il funzionamento del viaggio rapido. Per usufruirne, come avviene in altri titoli dello stesso genere, basterà selezionare una destinazione dal menu. Il problema è che dovremo seguire il segnalino di Henry mentre si sposta sulla mappa, con il rischio di incappare in eventi casuali alquanto ripetitivi (un omicidio per strada, un attacco dei banditi, un viandante che chiede l’elemosina: tutti i casi si ripeteranno svariate volte con le stesse, identiche dinamiche), ma, soprattutto, costringendoci ad un’ulteriore attesa, spesso lunghissima nel caso decidessimo di recarci da un capo all’altro della mappa. Purtroppo, come vedremo ben presto, i caricamenti frequenti e snervanti sono solo la punta dell’iceberg di un prodotto decisamente poco rifinito dal punto di vista tecnico.

Mi chiamo Henry, ho circa vent’anni e soffro di malfunzionamenti tecnici
Kingdom Come: Deliverance è davvero pieno di bug. Ce n’è davvero per tutti i gusti, da quelli più stupidi e insignificanti, come personaggi che vagano per il mondo privi di testa, molto brutti a vedersi ma almeno innocui per quanto riguarda le meccaniche di gioco, ad altri che, al contrario, spesso impediscono di proseguire determinate missioni (proprio come, purtroppo, è successo al sottoscritto). Certo, c’era da aspettarselo, ma è difficile valutare un gioco del genere senza prendere in considerazione delle problematiche simili. Il problema principale, in questo caso, è legato all’assenza di un sistema di salvataggio libero (potremo salvare solo dormendo o bevendo un preparato particolare e inizialmente molto raro), cosa che ci impedirà di tornare sui nostri passi in seguito ad un malfunzionamento, o, al limite, ci costringerà a recuperare svariate ore di gioco, cosa che io, per mancanza di tempo, non ho potuto fare. Oltre a ciò, è da evidenziare come ci siano diversi ritardi nel caricamento delle texture, un vistoso pop up, qualche fenomeno di tearing ma, sorprendentemente, una fluidità abbastanza costante. Con l’ultima patch è stato introdotto un sistema di salvataggio rapido che ci permette di abbandonare la partita in qualunque momento, a beneficio dell’accessibilità, ma sembra che, con essa, sia insorto anche un nuovo e fastidioso problema relativo alle voci dei personaggi, del tutto rimosse. La strada è ancora lunga, quindi, ma difficilmente gli sviluppatori riusciranno a rendere davvero pulita e pienamente godibile la loro opera d’esordio.
L’aspetto grafico, in generale, non è così male, con dei modelli tridimensionali ben disegnati e dotati di un buon numero di poligoni e, soprattutto, un ottimo sistema d’illuminazione che darà il meglio di sé nel corso della notte, in cui i fuochi di una torcia o di un falò rischiareranno l’oscurità, donandoci una delle notti più realistiche e sentite che abbia mai visto in un videogioco. E qui è necessario parlare della direzione artistica, ovvero ciò che maggiormente aveva colpito l’immaginazione del pubblico qualche anno fa. Se state pensando che l’essere ambientato nel mondo reale possa aver limitato l’aspetto estetico di Kingdom Come: Deliverance, sappiate che vi sbagliate. Lo studio di sviluppo ha eseguito dei veri e propri sopralluoghi fotografici per ricostruire l’area geografica in cui il titolo è ambientato, ricostruendo i diversi monumenti in una forma molto simile a quella che dovevano avere all’epoca. Ciò è avvenuto per il monastero di Sasau, ad esempio, il quale, nel 1402, era ancora in costruzione. Se confrontiamo la sua rappresentazione all’interno del gioco con le immagini dell’edificio reale che possiamo recuperare su Internet, noteremo come non ci siano differenze sostanziali, a parte le impalcature che, oggi, ad opera completata, sono state smantellate. Questo discorso, ovviamente, non vale anche per i vari villaggi che visiteremo, dato che lo sviluppo urbano moderno ha ormai preso il sopravvento sulle vecchie abitazioni, ma, in ogni caso, ogni casetta, anche la più insignificante, è il frutto di uno studio intenso dell’architettura civile medievale. Le case saranno spoglie, essenziali, soprattutto quelle dei cittadini più poveri, così come i vestiti dei vari personaggi non saranno mai troppo sfarzosi o fantasiosi. All’interno delle varie chiese sarà possibile ammirare diversi capolavori di arte sacra, rendendo il nostro viaggio nel tempo quasi una visita ad un museo. Non a caso è recentissima la notizia che, in Repubblica Ceca, il gioco sarà utilizzato negli edifici scolastici a scopo educativo. Al di fuori delle città, invece, si stenderanno ampi prati, morbide colline e fitte foreste, tutte splendide da vivere e osservare, grazie alla fauna che li abiterà e ai suoni rilassanti e ancestrali della natura. Un plauso speciale, però, va fatto agli splendidi disegni dei menu, ricchi di miniature e colori a tema, specialmente nella mappa, in assoluto una delle più belle che abbia mai avuto il (dis)piacere di utilizzare.
La grande forza di Kingdom Come: Deliverance, insomma, è quella di farci respirare per davvero il medioevo, proiettandoci indietro nei secoli, in una maniera che non era mai stata tentata prima nella storia dei videogiochi. A tutto ciò contribuisce la buona colonna sonora, ricca di brani medievali e di musica sacra (anche se non disdegna svariati momenti più cinematografici e sinfonici), la quale è in grado di accompagnare degnamente ogni momento di gioco, coadiuvata da buoni effetti sonori e da un doppiaggio in inglese e tedesco di discreta fattura (saranno comunque presenti i sottotitoli in italiano, non preoccupatevi).

Guilty pleasure
Se siete arrivati alla fine di questa recensione, avrete ormai capito che, a conti fatti, Kingdom Come: Deliverance non è il capolavoro che ci si aspettava. Principalmente a causa dei suoi gravissimi problemi tecnici, ma anche perché non sempre le meccaniche di gioco sembrano collimare con coerenza e chiarezza d’intenti. La narrativa cerca di unire la spettacolarità del cinema all’interattività di un immersive simulator, ma il risultato sembra quasi sdoppiare la vicende in due, come se l’intera trama fosse stata aggiunta solo in un secondo momento (forse per non scontentare un pubblico ancora troppo abituato ad esperienze in un certo qual modo lineari?). A ciò si aggiunge un sistema di controllo abbastanza legnoso, soprattutto durante i combattimenti, e, ovviamente, quella fastidiosa sensazione di non essere riuscito a portare a termine l’avventura a causa di un malfunzionamento. Sinceramente, ho odiato e amato Kingdom Come: Deliverance come se fosse un’amante capricciosa. Da una parte il titolo offre una libertà d’azione invidiabile, dall’altra non riesce a gestirla; da una parte ti invoglia a sperimentare, dall’altra, a causa dei suoi problemi e dei suoi lunghi tempi d’attesa, sembra cercare di scacciare il giocatore lontano dello schermo con tutte le sue forze.
Si può consigliare un titolo con delle problematiche abbastanza gravi? Si, perché parliamo di un titolo ambizioso e per certi versi unico, ma, anche qualora fosse stato più pulito tecnicamente, l’avventura di Henry avrebbe richiesto comunque molta, molta pazienza. Se avete voglia di perdervi per un mesetto in un’altra epoca, consapevoli che, per godere dei molti pregi di questo titolo, sarà necessario chiudere più di un occhio sugli altrettanti difetti, chi sono io per dirvi di no?

Prezzo da noi consigliato: 19, 90 €
Prezzo di lancio: 59, 99 €

Kingdom Come: Deliverance

Kingdom Come: Deliverance
7

Pro

  • Ricostruzione storica accurata
  • Comparto artistico fantastico
  • Trama interessante
  • Comparto ruolistico approfondito e soddisfacente
  • Molta libertà d'azione

Contro

  • Un sacco di problemi tecnici, anche molto gravi
  • Caricamenti continui e pessima gestione delle pause
  • Sistema di combattimento legnoso
  • Narrativa gestita male
  • Troppa libertà d'azione
About Michele Anastasia 35 Articles
Appassionato di musica, letteratura e videogiochi, nel tempo libero studia e vive una vita vera. I più arguti avranno anche capito che scrive per Console Paradise, anche se si domanda cosa mai gli amministratori di questo sito abbiano visto di così speciale in lui da assumerlo. Per Crom, la gente è strana, a volte.